Lo scrittore è il perfetto menzognero: scrive bugie e riesce a farti credere che siano vere.
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30/03/26

Tra un bevrei e un no c'è un vuoto cosmico in comune

E passi che lo spot è uscito in una più che voluta concomitanza con Sanscemo (è scritto volutamente così), e passi che trovo che ci sia qualcosa di malato nell’accostare il brano di Gigliola Cinquetti Non ho l’età con una bambina desiderosa di bere il caffè...
Che poi, diciamolo, se la mattina bevi caffellatte e sei un bambino non ti ammazza nessuno, quindi lo spot di per sé è privo di senso.

Ma la frase se lo bevrei a me proprio non è andata giù.
Così, uno schiaffo alla grammatica italiana che a furia di cazzate come apposto, a lavoro, alla qualsiasi, metti l’acqua sul fuoco, petaloso, scendo il cane e altre castronerie, è svilita come non mai.
Ah, sì, dimenticavo l’assurda pretesa woke (di Sinistra, ovviamente, cosa potevamo aspettarci?) per cui ogni donna con un QI inferiore a zero dovrebbe provare un orgasmo se viene chiamata avvocata e non avvocatessa (ebbene sì, esisteva già un avvocato in termini femminili), sindaca e non sindaco...

E adesso arriva bevrei.
Ma accidenti, il condizionale e il congiuntivo sono tempi verbali che il 90% degli studenti butta nel wc una volta terminata la scuola, ci voleva anche questo?
Adesso voglio vedere quanto tempo ci vorrà affinché qualche ignorante cominci a inserire bevrei nelle sue frasi.

Penso che le persone che hanno creato questo spot possiedono lo stesso tipo di intelligenza di quelli che esultano per la vittoria del NO di fronte alla separazione delle carriere giudiziarie (tra l’altro sono 30 anni che la Sinistra lo proponeva, ma questi se lo sono dimenticati perché fa comodo) sparando questo slogan da deficienti: abbiamo salvato la Costituzione.
Peccato che Costituzione, creata apposta per essere modificata, per chi non lo sapesse è già stata cambiata 46 volte. E non c’entra niente con la giustizia.
Le ultime 6 volte la Costituzione è stata modificata da Conte, quel dittatore di Sinistra che ha tolto i diritti agli italiani durante la pandemia più falsa del mondo.
Ma di che cosa mi stupisco?
Quelli che esultano sono gli stessi deficienti che hanno fatto la corsa al finto vaccino e che ora rompono le palle perché stanno morendo o si sono ammalati.
Gli stessi che prima o poi diranno e scriveranno io bevrei.
Con la coerenza di chi non ha cervello.



05/09/25

Il diritto a essere infelici

Discussione sentita al bar, involontariamente (certo che mettessero i tavolini meno appiccicati, sarebbe meglio!).

Amica 1: penso che comincerò a prendere dell’iperico.
Amica 2: perché?
A1: perché ho scoperto che aiuta a convivere meglio sentimenti come malinconia e tristezza, ad accettarli per quello che sono senza sensi di colpa.
A2: se sei depressa devi andare da uno specialista.
A1: non sono depressa.
A2: allora sei felice.
A1: non sono felice ma non sono nemmeno depressa.
A2: allora devi andare da uno psichiatra, uno bravo.

Non sapete quanto mi sono ritrovata in questa conversazione!
È più o meno da tutta la vita che mi sento dire cose come queste. Sembra che non esista, in una società malata come questa, il diritto a essere infelici.
Infelici, malinconici, tristi, mettetela come volete.
Siamo bombardati da social media, televisione e forme d’arte che inneggiano alla felicità assoluta. Se non sorridi sempre, non va bene.
Se soffri, sei malato (di mente, si intende).
Se sei triste, devi farti curare.

E così, facendo delle ricerche per conto mio giusto per capire se sono io quella che è sempre in torto, ho trovato un sacco di articoli interessanti fra qui questo, di cui vi riporto sotto uno stralcio:

La felicità, riprendendo le parole del celebre Russ Harris, è una trappola. 
Sin da piccoli siamo stati educati a essere in grado di dominare e controllare le nostre emozioni e infinite volte ci siamo sentiti ripetere frasi come: “Tirati su!”, “Non essere triste!”, “Sii positivo!”, sperimentando in altrettante occasioni come, in realtà, abbiamo molto meno controllo di quanto vorremmo su sentimenti e pensieri. 
E non c’è assolutamente nulla di sbagliato in questo: la sofferenza è connaturata al nostro esistere come esseri umani.
Il paradosso, così come ci insegna la terapia cognitivo-comportamentale ACT (Acceptance and Commitment Theory), è rappresentato dal fatto che più cerchiamo di lottare per annullare e respingere la tristezza, evitandola, più la stessa acquista potere e aumenta, generando un incremento esponenziale della nostra sofferenza. 
Così come accade in ogni forma di dipendenza di sostanze o in varie manifestazioni di disagi psichici, come quelli che definiscono il disturbo ossessivo-compulsivo, la psicopatologia si rivela molto spesso essere la risultante del tentativo disperato e infruttuoso di schivare l’esperienza di sensazioni inevitabili e umane quali la tristezza, l’ansia, il dolore.
La rincorsa spasmodica alla felicità e il desiderio di controllo sulle nostre emozioni ci conducono per mano all’interno di una gabbia, all’interno della quale ci sentiamo dominati da sentimenti di inadeguatezza nei confronti di noi stessi e degli altri. 
La cultura dell’ottimismo veicolata da Internet e dai social network ci fa sentire inadeguati nei confronti di vite perfette e felici, di lavori dei sogni, di standard estetici inverosimili e irraggiungibili.

E allora? 
Tanto per cominciare, mi rasserena sapere che non sono io, né tanti altri che la pensano come me, ad avere bisogno di uno specialista.
E per concludere, vi lascio con un pensiero di Leonardo Sciascia: l’infelicità è una condizione necessaria all’intelligenza.
Pensateci su!



19/07/25

Gli esami di immaturità

Mi tocca interrompere per un momento la pausa estiva del blog, ma non posso esimermi dal non scrivere questo post.

Li abbiamo passati tutti, non è morto nessuno.
Parlo degli esami scolastici: quinta elementare (ma c’è chi li ha fatti anche in terza), quelli di terza media e quelli di maturità, i famosi esami della canzone di Antonello Venditti e del film con Giorgio Faletti per intenderci.
Sono prove, per dare un esito finale su un percorso di studi.
Un po’ di ansia la mettono ma, se un ragazzo ha studiato, alla fine si passa.
E lo stesso vale anche per chi sceglie di proseguire con gli studi universitari.
Sono esami, tutto qui.

Ma gli esami, la scuola, non devono fare paura.
Chi deve fare paura, chi ci deve tenere svegli è la vita, quella che Rocky ci insegna ad affrontare con una frase che dovrebbe essere esposta in qualsiasi edificio scolastico, ospedale, municipio, casa e via dicendo: non è importante come colpisci, l'importante è come sai resistere ai colpi, come incassi e se finisci al tappeto hai la forza di rialzarti... così sei un vincente!

Perciò non capisco, e nemmeno ho voglia di farlo, i cretini di oggi.
Ragazzi che rifiutano di discutere l’orale alla maturità (salvo poi credere, poveri illusi, che prenderanno lo stesso il diploma e andranno in ateneo), il tizio influencer dei disagiati mentali che fa il video per rifiutare il voto e guadagnare like, i genitori dei figli bocciati che pubblicano video dove si incazzano coi professori e non con i figli.
Roba che se accadeva quando andavo a scuola io, il malcapitato figlio bocciato ritrovava in traumatologia senza nemmeno sapere il motivo, altro che prendersela coi docenti.
Sarà che io amo studiare, sarà che ritengo la scuola una delle istituzioni sacre del nostro paese (anche se c’è tanto da sistemare), ma non condivido il comportamento di questi ragazzi e dei genitori.

La scuola non vi piace, ragazzi? Beh, fate come hanno fatto tanti, me compresa: approfondite, mettete in discussione, ampliate per conto vostro ciò che state studiando, studiate per voi stessi.
La scuola non vi piace, genitori? Non prendetevela coi docenti, siate semmai propositivi per cambiare le cose in meglio.
Ma no, perché voi siete l’esempio di una società fatta da analfabeti funzionali fancazzisti. Pretendete che tutto vada come volete voi, senza alzare un dito, senza faticare, che il mondo sia ai vostri piedi.
Tutti hanno torto, eccetto voi.
Siete il risultato di un mondo che non funziona più.

Proposte?
Mah, io dal basso del mio piccolo pensiero di chi ha ancora molto da imparare avrei un’idea, anzi più di una.
Punto primo: ripulire il paese di tutti gli ignoranti che si spacciano per guide politiche, spirituali e ideologiche dell’Italia.
Punto secondo: costringere le coppie a corsi seri, psicologici, pedagogici e altro, per diventare genitori con tanto di esame finale. Si supera: bene, puoi avere/adottare figli. Non si supera: castrazione fisica e divieto di adottare.
Punto terzo: aboliamo il sistema scolastico com’è ora. Per i maschi collegio militare, per le femmine scuola religiosa gestita da suore. Niente rientri a casa, visite dei genitori solo a Natale. La scuola nuova inizia a partire dai 3 anni e finisce dopo la laurea.
E vediamo se con un po’ di cara, vecchia disciplina e con il rispetto dei giusti valori le cose cominceranno a cambiare davvero in meglio.



08/05/25

Piccolo memorandum

Cos’è una donna...
Alla fine è toccato anche a me sentire una domanda così imbecille, con risposte altrettanto dementi: una donna è arte, è un concetto, è come ci si sente, sono uomo ma sono donna perché ho il ciclo (quale, il ciclo del cog**one?)...

Così ho pensato di scrivere un piccolo memorandum a scanso minorati mentali, perché può sempre tornare utile in un’epoca come questa dove certe “menti eccelse” tentano in ogni modo di scardinare quelle che sono le vere basi della scienza e i valori morali che devono stare ai piedi di una società degna di chiamarsi tale.

Donna: persona nata con la coppia di cromosomi XX. Rimane tale se etero, lesbica o se (speriamo anche di no) per caso vada fuori di testa e decida di farsi uomo.
Sono i cromosomi a parlare.

Uomo: persona nata con la coppia di cromosomi XY. Rimane tale se etero, gay o se (speriamo anche di no) per caso vada fuori di testa e decida di farsi donna.
Sono i cromosomi a parlare.

Famiglia: nucleo composto da madre, padre e figli. 
Il resto non è famiglia: possono essere una coppia, dei parenti o un gruppo di amici che decide di vivere insieme, ma non sono una famiglia.

Matrimonio: unione legale fra un uomo e una donna, che prevede (in genere) la procreazione.
Le coppie gay o lesbiche hanno altri modi per tutelarsi e no, non è un bene che abbiano figli perché un bambino per crescere ha bisogno di una madre e di un padre.
Nessun bambino, anche quelli omosessuali, è cresciuto male se è stato amato da suo padre e da sua madre.

Woke: tutto quell’insieme di ideologie malate che vuole distruggere il nostro mondo.

Non è cattiveria, non è omofobia.
È solo il mondo come funziona da sempre e non un mondo che vogliono fare girare al contrario.
Il resto sono cose da film o da libri: per l'appunto, è solo fantasia.



14/02/25

Il festival di Sanrinco

Me li immagino.
12,6 milioni di minus habens che sono rimasti col deretano incollato al divano per vedere la prima serata di Sanrinco.
Credo sia la riprova ultima e definitiva di come la maggior parte dei miei compatrioti sia una massa di deficienti.

Che poi sono gli stessi che li trovi a scrivere o sparlare ovunque di ca**ate come l’antifascismo.
Sì, l’antifascismo.
Quella vaccata infinita che insieme alla parola resistenza ammorba il paese dal settant’anni.
Peccato che il fascismo sia morto nel 1945.
È morto con Mussolini esposto a testa in giù in Piazzale Loreto, nella mia amata Milano, e magari siete passati un sacco di volte per quel piazzale senza pensare che lì non è morto solo Benito Mussolini ma anche Claretta Petacci con il suo bambino in grembo.

Ma quello va bene, quell’infanticidio, perché è stato fatto dagli “eroi rossi”.
Gli stessi che hanno messo in atto il massacro delle Foibe, di cui però guai se qualcuno ne parla. 
Gli stessi che hanno portato al catafascio il nostro paese.
Gli stessi di Bibbiano (andate a vedere cos’è, se avete la memoria corta), gli stessi che hanno fatto poco o niente per fermare il terrorismo, gli stessi che hanno aperto le porte dell’Italia all’orda dei delinquenti immigrati, gli stessi che spaccano le palle con il woke, l’inclusività, la lotta contro il finto patriarcato, l’UE, la guerra in Ucraina, il green (tutte cose che ci porteranno al collasso definitivo), gli stessi delle Onlus che gli fanno guadagnare miliardi sulla pelle delle persone, gli stessi della finta pandemia e del falso vaccino che causa ancora oggi “morti per cause che boh”, gli stessi che “Trump e Putin sono cattivi, aiuto!”.

Gli stessi che hanno una sola versione dei fatti, la loro.
Gli stessi che hanno comprovato in maniera definitiva una mia teoria: se le meduse possono vivere senza cervello, anche certe persone possono farlo.
Peccato che siano troppe.

29/01/25

Il Giorno della Memoria non Selettiva

C’è un giorno particolare, il 27 gennaio, il Giorno della Memoria Selettiva.
Un solo popolo, in tutto il mondo, si arroga il diritto di essere ricordato per il male che ha dovuto subire.
Uno solo.
Strano, quando ho scritto il mio romanzo La lunga strada verso te, mi pareva di avere ricordato molto più di un solo popolo nella mia prefazione.
Eppure...

Facciamo in un modo diverso, allora.
Pensiamo a un vero Giorno della Memoria, che valga per ogni singolo giorno dell’anno.
E chi ricordiamo?

Gli ebrei? Certo, ma quelli che sono davvero morti nei lager e non quelli che sterminano altri popoli o che stanno al Parlamento a prendere i soldi dei contribuenti (soldi che non si meritano).
E poi?
Aspettate che ho una mezza idea...

-le popolazioni precolombiane, a partire dai nativi americani per scendere verso i popoli meso e sudamericani
-i monaci tibetani
-i cambogiani sterminati dagli Khmer rossi
-i kosovari
-i rom
-i curdi dell’Anfal
-i Desaparecidos di cui oggi non si sa ancora niente
-le vittime di ogni dittatura
-le vittime di ogni attentato terroristico
-le vittime della Santa inquisizione
-le vittime dello Scisma anglicano
-i cristiani massacrati in Giappone e nei paesi orientali
-le vittime del genocidio in Ruanda e in Darfur
-gli armeni sterminati tuttora
-gli assiri e i greci del Ponto
-le vittime delle infinite guerre nei Balcani
-gli Herero e i Nama
-le vittime dell’apartheid
-i guatelmatechi
-i Maori, costretti a vivere nelle riserve come i cugini americani
-tutte le persone LGBT che anche oggi sono discriminate e, in alcuni paesi, uccise (e non sono quelle che se ne vanno al Pride con il boa di struzzo addosso)
-i russi del Donbass, colpiti dai “poveri” ucraini

Ce ne sono altri?
Credo proprio di sì, ho citato solo quelli che la mia mente ricorda ma, sapendo bene quante risorse spende il genere umano per autodistruggersi, so che ci sono ancora tante persone da ricordare. E alla lista aggiungo anche delle categorie a menzione speciale:

-i palestinesi, massacrati dal “popolo eletto”
-ogni singolo animale sterminato per “l’arte della caccia”, la “scienza” o perché un bipede si sente in dovere di fargli del male
-i disabili giudicati indegni di vivere
-tutte le persone che, loro malgrado, sono condannate a morte e poi viene dimostrata a posteriori la loro innocenza
-chi muore ancora oggi di fame e stenti
-le vittime della malasanità
-le vittime della dittatura del Covid, che sono perite per un finto vaccino letale o che sono discriminate da anni perché non si sono piegate ai diktat
-ogni singola donna dalla notte dei tempi fino all’eternità
-ogni singolo bambino dalla notte dei tempi fino all’eternità

Ecco, direi che se cominciamo a pensare in questo modo allora si può considerare un vero Giorno della Memoria.



03/12/24

Eravamo complottisti, giusto?

Ve lo avevamo detto.
Vi avevamo spiegato che il Covid 19 era un virus realizzato in laboratorio, come quello dell’AIDS.
Ve lo avevamo detto che il vaccino non era un vaccino ma un siero sperimentale, anzi un’arma batteriologica da testare.
Ve lo avevamo detto che l’apericena, le vacanze, i caffè, un giro per i negozi non valevano la vita.
Vi avevamo spronato a ribellarvi.
Vi avevamo avvisato che era un complotto mondiale.
Vi avevamo detto che la pandemia era una cazzata assurda come le mille miliardi di crisi inventate, il Green Deal, la Nato, l’atlantismo, il woke, la Sinistra che lotta per il popolo, i sindacati che lottano per i lavoratori, gli immigrati pacifici...

E voi che avete fatto?
Ci avete dato dei complottisti, ci avete augurato morti atroci, malattie invalidanti, avete augurato la morte dei figli di chi non si piegava al governo corrotto.
Avete licenziato persone oneste, mandato sul lastrico intere famiglie.
Avete minacciato, insultato, picchiato.
Vi siete comportati peggio delle bestie.

Persino qui ci sono stati un paio di blogger che, offesi dal mio pensiero, se ne sono andati con lo sdegno tipico di quelli che non votano a destra o non pensano che questo mondo giri al contrario.
Lo sdegno di quelli che stanno rovinando il mondo.

E ora?
Ora che i rapporti sono venuti fuori, ora che la verità è sotto gli occhi di tutti, ora che Bill Gates e i suoi accoliti sono stati riconosciuti come colpevoli?
Leggete cosa c’è scritto nell’immagine sotto e, per inciso, se qualcuno di voi lascia questo mondo perché si è vaccinato...
Poco male, un cre**no di meno.



06/09/24

Dal manicomio tutto bene

Ha fatto caldo, in manicomio.
Un po’ troppo caldo e non solo perché siamo in estate ma perché sparano le scie chimiche nell’atmosfera. Però, mi raccomando, a scuola insegneranno che le nuvole adesso sono anche lunghe scie dritte che si incrociano in tanti tris.
Già insegnano cose come le pandeminchie e le finte crisi climatiche, o il woke che si pronuncia come la pentola wok, con la sola differenza che con lo woke non si cucina riso alla cantonese ma si cambia sesso a piacimento e si vendono bambini a emuli del pagliaccio Pennywise.

Intanto le pale eoliche devastano mezzo mondo, Sardegna compresa, inquinano il suolo che non sarà più coltivabile e sovente prendono fuoco.
Come succede alle auto elettriche.
Ma sono green, mi raccomando.

Green come Ursula e Bill che impongono sanzioni e idee terrificanti.
Tipo strani cappotti per case che causano muffa, tipo pannelli solari a coprire ettari di terreno coltivabile (ma tanto c’è il cibo sintetico), tipo i macchinoni che captano l’anidride carbonica e la fanno diventare ossigeno!
Peccato, Bill, che quei macchinoni esistono da prima che tu (purtroppo) venissi al mondo.
Si chiamano alberi ma tu li fai abbattere, perché non sono abbastanza green.
O li bruci, come fanno con gli ulivi in Puglia.

E capisci di avere sbagliato lavoro, che era meglio se occupavi case e prendevi a mazzate la gente su ispirazione, così adesso stavi in Parlamento con 18mila euro al mese e il plauso dei media ma anche dei soggetti mancini che fanno le spaghettate anti non si sa bene cosa.
Mentre pensi a questo ci sono aerei che cadono, mentre i tappi di plastica ora restano attaccati alle bottiglie. Sì, gli aerei cadono però non siamo a Ustica. Siamo in Brasile e fra i 62 passeggeri a bordo dell’aereo ce ne erano 15, tutti medici, che stavano andando a denunciare la truffa della pandeminchia.
Truffa che si veste a nuovo, che cambia pelle ma non sostanza.
Blu e non più verde, tessera vaccinale europea e non più green pass.
Ma il risultato è sempre identico.
Il risultato saranno migliaia di morti nel sonno, per strani incidenti, per nessuna correlazione.
Però, ricordiamolo, i posti al cimitero non cambiano mai.
I morti ci sono ma i cimiteri non sono pieni.

Siamo in uno strambo 1984 dove il Grande Fratello ci spia e vuole espandersi con l’IA, con l’identità digitale, con gli account di fb cancellati perché si è scritto qualcosa di non politicamente corretto su X.
Con i canali youtube chiusi perché si dice la verità, come è accaduto a un fantastico attore italiano che stimo tantissimo.

Ma la verità ormai è per pochi, anzi pochissimi.
I media, i leccapiedi (giornalisti) fanno a gara al culo più bello da leccare, alla nuova bugia da creare, al caso bufala da montare.

E di bufale ne hanno sparate tante, più delle mucche che uccidono perché c’è l’aviaria (ma ricordiamo anche gli orsi del Trentino e i cinghiali di tutta Italia).
Tipo che la scienza non può definire se sei uomo o donna, ma nemmeno un pene o una vulva, tanto meno i geni XY e XX.
No, il sesso lo definiscono i sapientoni, gli opinionisti, i politicanti, i finti sportivi.
Così se sei uomo ma ti senti donna puoi salire su un ring, pestare a sangue delle donne dimostrando che la violenza prevarrà sempre (e intanto in Italia il femminicidio non è passato come aggravante) e vincere perché “sei una donna con un quid in più.
Sì, un quid di 20 centimetri che ti pende in mezzo alle gambe.

Ma tanto di cosa ci preoccupiamo se passa una legge che abbassa il consenso sessuale fino a 10 anni, per consentire matrimoni fra bambine innocenti e schifosi pe**fili legalizzati?
Di niente.
Un po’ come non dobbiamo preoccuparci di tanti “soggetti non proprio europei” che vanno in giro a fare stragi per il mondo civilizzato.

E così sei uomo ma puoi sentirti donna, perché la vagina ce l’hai in testa e il ciclo arriva ogni giorno. Oggi puoi sentirti tavolo, domani telefono, poi non binario, poi tram, poi trans di ritorno, poi torni uomo ma sempre donna.

Dal manicomio, tutto bene.



02/06/24

Ecco com'è che va il mondo

Accadde che in un teatro scoppiò un incendio.
Non era visibile, poiché era nato dietro le quinte.
Un pagliaccio uscì sul palcoscenico per avvertire il pubblico. 
 Gli spettatori pensarono che fosse uno scherzo e applaudirono divertiti.
Il pagliaccio ripeté l’annuncio, terrorizzato.
I presenti risposero con risa ancor più scroscianti.
E il teatro andò a fuoco.

Così scriveva il filosofo Soren Kierkegaard.

Vi sembra una storia troppo tragica o inverosimile?
Ve ne racconto una io, così potrete dare una vostra opinione.
Un giorno, in un laboratorio come tanti, venne creato un virus influenzale del tutto nuovo.
Venne sparso nel mondo, tramite l’acqua e l’aria, e si parlò subito di una pandemia.
Si imposero regole disumane, poi apparve uno strano siero, un siero genico sperimentale che però i “nobili” chiamarono vaccino per andare incontro all’ignorante popolo che non comprendeva parole troppo forbite.

Alcuni pagliacci dissero di non cedere alle pressioni dei governi, di non farsi iniettare quello strano siero, di fare attenzione alle bugie che venivano raccontate ogni giorno.
Ma questi pagliacci non furono creduti.
Vennero messi alla gogna, insultati, minacciati in ogni dove.
E il vaccino prese piede.

Poi il tempo passò, le stagioni si diedero il cambio e i vaccinati iniziarono a morire.
All’inizio ne caddero pochi, come foglie al vento, e i “nobili” dissero che erano casualità, erano malori senza importanza, non c’era correlazione col vaccino.
Poi le morti aumentarono e con esse anche casi in cui i vaccinati sopravvivevano, ma menomati e con malattie incurabili.

I pagliacci dissero che era tutta colpa del falso vaccino e ancora una volta furono derisi.
E furono anche incolpati di non essersi iniettati quel siero genico sperimentale.

I pagliacci non risposero agli insulti.
Continuarono a vivere e a pensare con la loro testa, mentre il grande teatro dei vaccinati andava a fuoco con loro dentro.
E poi toccò al teatro dei guerrafondai, degli allarmisti climatici, dei vari estremisti, dei fondamentalisti...
Un teatro dopo l'altro, caddero tutti.

Per finire questa storia, mi sento di citare sempre Kierkegaard: “è così, immagino, che il mondo finirà distrutto: tra l’ilarità generale dei buontemponi, convinti che sia tutto un gioco.”

Ps: ci rivediamo a settembre.



30/12/23

Il qui e ora, ovvero...

“Che ne pensi della storia del pandoro?”
Ecco come mi hanno apostrofata in farmacia, mentre ero pronta ad acquistare (con “estrema” gioia) una confezione di antibiotico.
Lì per lì ero pronta a rispondere che il pandoro, se ben ricordo, è di Verona e il suo nome deriva dall’uso non troppo parco di uova e burro che lo rendono buonissimo.
Poi mi hanno spiegato a cosa faceva riferimento la domanda.

Io vivo fuori dal mondo, lo ammetto, la maggior parte delle volte non sono a conoscenza di svariate notizie.
C’è gente che ha un orgasmo guardando i reality show, io ce l’ho se leggo un libro di Alessandro Barbero, tanto per intenderci.
In particolar modo sono fuori dal mondo se certe notizie riguardano dei minus habens.
No, scusate, forse dovevo dire degli influencer.
Per me gli influencer sono l’esempio lampante della società liquida di Bauman, del famoso quarto d’ora di celebrità profetizzato da Warhol.
Sono il peggio del peggio della feccia sociale, gente che guadagna soldi cercando di influenzare persone (pecore) incapaci di pensare con la loro testa.

Detto questo, mi è stato chiesto cosa pensavo del caso dei pandori e ho risposto che ci penseranno le autorità competenti.
E da lì un’altra domanda: ma ti sembra che una sola azione possa compromettere tutto ciò che è stato fatto prima?

Beh, qui si passa sul piano etico filosofico, a casa mia praticamente.
La risposta è sì, senza dubbio alcuno.
Io non credo che basta una buona azione per cancellarne mille sbagliate, semmai ne basta una scorretta per cancellare qualsiasi altra azione ritenuta buona.
Esempio più lampante: c’era un uomo, negli anni Settanta, che viveva negli USA, era amico di una giornalista di nome Anne Rule e lavorava come volontario in un centro antiviolenza per le donne.
Un angelo, in teoria.
Peccato che il suo nome era Ted Bundy.

Faccio un altro esempio dal momento che, come ha detto una persona che stimo molto, nel 2023 sono saltati i tappi e non si ha più voglia di tacere.
Nel 2018 io, il mio blog, la mia attività di scrittrice e ciò che ne consegue è stato bersaglio di alcune “meravigliose” persone che hanno provato a rovinarmi con minacce, sputtanamenti, illazioni inesistenti e calunnie, ma non ci sono riuscite.
Molti blogger avevano seguito queste menti perverse come i topi con il famoso pifferaio di Hamelin, provvedendo ad aumentare a comando le denigrazioni nei miei confronti.
Salvo poi che qualcuno di questi furbetti ha pensato bene di ripresentarsi su questo blog l’anno successivo il fattaccio, con scuse patetiche come “non avevo capito che si parlava di te” oppure fingendo che non fosse successo niente.
Pensate che li abbia accolti a braccia aperte?
No, li ho presi a calci nel sedere, li ho segnalati a chi di dovere e li ho bloccati.
Per me sono come morti e no, non gli auguro alcun bene ma solo una vita talmente lunga e “felice” da desiderare di lasciare questo mondo il più in fretta possibile.

Perché non perdono?
Semplice, perché non se lo meritano.
Il qui e ora determina un’intera vita.
Il gesto, l’azione, il pensiero espresso in un momento, se è lesivo, violento, scorretto, sbagliato, pesa su tutto quello che è stato fatto in passato e rende marcio ciò che si farà nel futuro in quanto sarà sempre falso.
È etica, nella più spietata delle sue forme.
Riprendendo un concetto cardine della fisica, a ogni azione corrisponde una reazione.

Se qualcuno fa del male, se si comporta come una persona vile e meschina, se (come nel caso dei pandori) gioca con i bambini malati di cancro e le loro famiglie e si tiene i soldi che doveva devolvere in beneficenza, fa schifo e la sua esistenza non vale nemmeno un foglio di carta igienica usato.
E per quanto proverà a fingersi contrito, a redimersi o, peggio, a fingersi la vittima della situazione, questo genere di individuo sappia che non servirà a niente: il tanfo delle sue azioni non se lo leverà mai di dosso.



08/09/23

Aristotele e il suo piedistallo

Quanto costa dare ragione a un’altra persona?
È inutile dirlo, a tutti nella vita piace avere ragione: è quel lato narcisista del nostro ego che rischia di emergere, se non siamo stati educati all’essere umili e se non abbiamo fatto davvero nostra la famosa filosofia di vita di Socrate che sapeva di non sapere.
Ma se uno ha imparato cosa vuol dire essere umili, se sa che il confronto può essere un'occasione di crescita interiore, se sa di non essere un'enciclopedia su due gambe, è capace di riconoscere quando ha torto su qualcosa.

Eppure non è sempre così.
Esistono persone che pretendono sempre di avere ragione, anche quando i dati di fatto gli danno contro, anche quando la verità è talmente palese che in confronto l’elefante nella stanza è piccolo come una briciolina.
E quando si dimostra loro di avere ragione, queste persone reagiscono molto male: si può passare da un semplice atto di superbia del tipo “sì ma tanto non è vero, è solo la tua opinione” a veri e propri attacchi da hater.

Questo comportamento si chiama Sindrome di Aristotele e l’origine è semplice.
Aristotele era l’allievo migliore di Platone (come dire, allevare serpi in seno porta sempre a pessime conseguenze).
Quando Aristotele aprì la sua scuola, arrivò a fondare teorie del tutto opposte a quelle del suo mentore e alla fine affermò che Platone non sapeva nulla e aveva torto su tutta la linea. Gioco forza che gli psichiatri scelsero per questa sindrome filo narcisista il nome del famoso filosofo.
Chi soffre di questa sindrome pensa di sapere tutto, spesso usa le sue origini, il suo titolo di studio, il suo lavoro o il suo genere sessuale per far pesare la sua verità che non corrisponde mai a quella oggettiva.
Vedono l’altro come un nemico da battere a ogni costo, anziché come una risorsa con cui confrontarsi per crescere.
Avere ragione per queste persone è vitale, è la massima gratificazione di se stessi.
Non sono capaci di ascoltare il prossimo, vantano sempre innumerevoli conoscenze in ogni campo, comunicano in modo aggressivo e ossessivo fino a quando non gli viene riconosciuta la ragione che pretende di avere.
Se ciò non accade, passano alle maniere forti (verbali o fisiche) per ottenere ciò che vogliono.

Cosa fare?
Lasciar perdere questo genere di persone è la sola, unica via da percorrere.
Non tutti hanno l’umiltà di riconoscere la propria ignoranza in merito a qualcosa, il proprio torto, e fare tesoro di essi per migliorare.
Queste persone sono veleno, come i narcisisti. Ecco perché si dice che la ragione sta sempre dalla parte degli scemi: come lo si può chiamare uno che pretende sempre di avere ragione?
Ricordiamo insieme il sommo Dante: non curiamoci di loro, ma guardiamo e passiamo oltre.



11/05/23

All inclusive? Io mi estraneo (vomitando con Dreyfuss)

All inclusive.
Tutto incluso.
È un termine che non mi è mai piaciuto, sa di pacchetti truffa dove la fregatura è dietro l’angolo.
Ma, si sa, siamo nell’epoca della deficienza demagogica, delle false crisi, dell’eco senza cervello, del dover essere buoni da fare schifo a tutti i costi (quando poi chi appoggia questa ideologia fa schifo e basta).
L’epoca dell’all inclusive, appunto, e il cinema non poteva essere da meno.

Così, dopo le ultime pubblicazioni libresche e in attesa delle altre uscite, ho deciso di scrivere un altro post “sociale” per così dire.
Il tema è il cinema e la nuova politica all inclusive.
Perché dal prossimo anno, rullo di tamburi ignoranti, il regolamento degli Academy impone una quota di minorati... no, di minoranze... insomma di “diversi” affinché un film possa essere ammesso alla corsa per gli Oscar.

Personalmente me ne strafotto degli Oscar, come di un’altra miriade di cose incluso Sanremo, il calcio, i reality, il Giro dell’Ucraina (era d’Italia, per caso?), le recensioni dei libri (ops, è scappato...), la questione è un’altra.
Perché qualcuno deve imporre alcuni “tipi” di persone per dichiarare un prodotto appetibile?
Facciamo un recente esempio: fra poco uscirà al cinema il live action de La Sirenetta e Ariel è africana.
Il razzismo è dietro l’angolo, anzi mi aspetto già qualche commento isterico con tanto di forconi, ma non c’entra niente.
Se Ariel appartiene alla tradizione danese, per quanto non venga mai descritta da Andersen, che senso ha farla di colore? Fra l’altro, se ricordo bene, dopo Lawrence Olivier non è stato più permesso il blackface, però va bene colorare di nero un personaggio da candeggina.
Allora se Mu Lan fosse stata svedese andava bene? No, certo che no, avremmo avuto orde di cinesi con gli zebedei girati.
E se al posto de La Bella e la Bestia ci fossero stati Il Bello e il Bestio (ma sì, giriamo tutto al maschile) la storia sarebbe stata più bella?
Ma serve sul serio un 30% di individui ritenuti diversi (da chi?) per rendere un’opera d’arte qualcosa di importante?

Trovo allucinante che si debbano imporre quote rosa, persone lgbtxyzalfaomega, disabili (e dire che un tempo ci chiamavano handicappati e non è mai morto nessuno), gente di qualsiasi etnia non caucasica per una politica di assurda accettazione.
Ma accettazione di chi, di cosa?
Non c’è da accettare niente.
Siamo tutti diversi, tutti uguali, tutti unici.
Se iniziamo a parlare di accettarci, non abbiamo capito niente.

E per finire, mi trovo d’accordo con Richard Dreyfuss che dice senza tanti problemi:
“Mi fanno letteralmente vomitare. Questa è una forma d'arte, se sono un artista, nessuno dovrebbe dirmi che la mia arte deva cedere il passo all'idea più recente e attuale di cosa sia la moralità. 
Cosa stiamo rischiando? Stiamo davvero rischiando di ferire i sentimenti delle persone? 
Non puoi legiferare su questo.”
(fonte: everyeye)



01/04/23

Primavera, tempo di Bridezilla

Ritorna la primavera.
La stagione delle allergie, delle pulizie di casa e ultimamente anche dei maglioni da indossare e dei caminetti accesi dal momento che l’anno scorso e quello precedente ancora marzo, aprile e maggio sono stati “i migliori settembre, ottobre e novembre di sempre”.

E ritorna la sindrome di Bridezilla.
Non pensavo esistesse, almeno fino a quando alcune mie amiche sono rimaste coinvolte nella spirale dei matrimoni.
Per fortuna io sono immune a questa pratica che ogni anno “condanna al carcere a vita” centinaia di persone.
Sarò cinica ma io la penso come il grande Alberto Sordi: chi me lo fa fare di mettere una persona estranea in casa?
Nessuno.

 
Per fortuna (o purtroppo) siamo parte di un mondo libero dove chiunque è libero di fare le proprie scelte (sempre nel rispetto altrui, si intende) dunque esiste anche chi sceglie di sposarsi.
E scatta Bridezilla, quella sindrome che rende la futura moglie una creatura isterica metà sposa e metà Godzilla: per saperne di più leggete questo articolo simpatico, che dà anche qualche saggio consiglio su come tenere a bada l’ansia.
La sindrome non si limita solo alla sposa, si estende purtroppo anche alla testimone, alle eventuali damigelle nel caso si voglia fare una cerimonia all’americana, e alle invitate.
Insomma, nel caso non l’abbiate capito è tutta una questione femminile.
Ecco così fiorire donne che assediano truccatori e parrucchieri, che vanno a caccia di scarpe, vestiti, gioielli e alla fine sembrano delle cocorite o dei pavoni giganti che ancheggiano su improbabili tacchi e vanno tutte dietro a Bridezilla.
È qualcosa a metà tra il folcloristico e il ridicolo.

Sinceramente è qualcosa che non riuscirò mai a capire, perché il mio ideale di matrimonio è uno solo: non sposarsi.
Al limite, se proprio si deve farlo, allora meglio farlo con calma: in fondo si sta solo firmando un contratto, non è la fine del mondo e non è l’evento dell’anno.
È un giorno come un altro, fine.

E a tutte le donne che soffrono della sindrome di Bridezilla, voglio ricordare questa bella frase di Ada Luz Marquez: le donne sono incredibilmente perfette quando hanno il coraggio di essere imperfette, quando hanno il coraggio di essere, né più né meno, di essere.


21/05/22

Carlo Maria Giovanni Vittorio Serbelloni Mazzanti Vien dal Mare ma anche dalla Montagna, ovvero la questione del doppio cognome

Eravamo un grande paese.
Parlo sul serio, un tempo abbiamo dominato quasi tutto il mondo conosciuto, interi popoli tremavano a sentire il nome di Roma.
Ammetto che ci siamo adagiati un po’ troppo su questo fatto, altrimenti ora non si spiega come mai siamo un popolo composto per la maggior parte di ignoranti, approfittatori sociali (qui parlo soprattutto dei politici), buffoni e tuttologi incompetenti.
Siamo un popolo che si esalta perché da oggi in poi ai bambini sarà possibile assegnare il doppio cognome.

Ragazzi, che potente salto di qualità: il doppio cognome.
Era quello che ci voleva, in questa Italia martoriata con milioni di problemi da risolvere che non hanno niente a che fare con il doppio cognome.
Mi immagino le femministe del nuovo millennio che staranno esultando con magnum di champagne e sigari, perché ricordiamoci che le femministe di oggi se non sono la ridicola fotocopia di un maschio si sentono meno di niente.

Ebbene, io riprendo il ragionier Ugo Fantozzi e dico apertamente che questa storia del doppio cognome è una cagata pazzesca.
Si parla di uguaglianza, ma si fa confusione con l’arma a doppio taglio dell’egualitarismo il quale, volendo eliminare a livello utopistico le differenze fra gli esseri umani, finisce l’esso stesso con l’essere lo strumento più discriminante che esista.
Un po’ come con il DDl Zan. Sul serio siamo un paese civile se abbiamo bisogno di una legge che impedisce a qualcuno di pronunciare determinate parole, di assumere “atteggiamenti che potrebbero essere presi per...” e soprattutto che ricorda di non fare violenza contro qualcuno se esso è “diverso”?
Siamo civili se parliamo di questo, se consideriamo qualcuno “diverso” quando in realtà siamo tutti uguali?
No.
Ecco, qui è lo stesso.
Mi dovrei sentire più donna perché adesso un bambino può portare il cognome della madre?
No, certo che no.

La mia idea è che non c’è niente di più sbagliato che imporre per via politica o giuridica una norma alla società, specie se l’esigenza di tale norma non è mai emersa come un reale bisogno.
Qui c’è la solita superbia del legislatore che in base a un principio astratto vuole rifare da zero quella che, a parere suo, è una società distorta che abbiamo ereditato dai nostri antenati e che non abbiamo mai cercato di migliorare.
Logicamente il legislatore di turno non si sofferma nemmeno sul fatto che è una questione ridicola.
Come si firmerà un bambino di questa nuova società, una volta adulto?
Carlo Maria Giovanni Vittorio Serbelloni Mazzanti Vien dal Mare ma anche dalla Montagna? (montagna, ovviamente è il cognome materno)

Allora, se proprio vogliamo essere fiscali, a livello di problemi che riguardano l’uguaglianza fra uomini e donne, io avrei puntato ad altre questioni come:

-abolire la prostituzione ovunque e per sempre
-abolire pratiche aberranti come l’infibulazione e il matrimonio delle spose bambine
-pareggiare gli stipendi fra uomini e donne, quando svolgono una stessa mansione
-fare sul serio qualcosa di concreto per fermare la piaga del femminicidio...

E ce ne sarebbero ancora da elencare, ma per il momento fermiamoci qui.
Se anche uno solo di questi problemi sarà realmente risolto, allora potremo cominciare a parlare davvero di una nuova società.
Altrimenti è la solita vecchia aria fritta.



12/09/21

Siamo una società bugiarda

Cosa rende un libro un buon libro?
Tante cose, sia professionali che squisitamente solo narrative, ma oggi vorrei soffermarmi su una in particolare: il motore di un libro deve essere sempre acceso dal male.
Il male in svariate forme: antagonisti ben concepiti, una sventura inaspettata, una guerra, un omicidio, una catastrofe...

Tutto va bene fin quando si parla di libri, ma nella realtà le cose dovrebbero andare diversamente.
Il male non dovrebbe imperare, come invece succede.
Nel nostro quotidiano troviamo il male in tante forme, da quelle più eclatanti e note a quelle più infime e subdole di cui spesso non ci accorgiamo fino a quando non è troppo tardi.
Come mai c’è tutto questo male?

Penso che la soluzione si trovi in questa semplice frase: il male non prolifica senza seguaci.
E chi sono questi seguaci?
Personalmente penso siano due tipi di persone: coloro che fanno il male per il male e coloro che restano indifferenti davanti ad esso, e mentono pur di non restare coinvolti in qualcosa “di scomodo”, pur di non schierarsi contro chi compie il male in una sorta di “mi salvo il lato B, così sono felice e contento”.
Perché a mentire, a fare gli ipocriti e i ruffiani, pensano sempre (erroneamente) di guadagnarci in tanti: questo vale sia nella vita virtuale, quanto in quella reale.

Come disse Enzo Bianchi, il priore della comunità di Bose, durante un’intervista tenuta dal grande giornalista Enzo Biagi:

“Siamo una società bugiarda. Negli ultimi 20 anni c’è stata una crescita generalizzata: si dice una cosa e se ne pensa un’altra, si mente allo Stato nella dichiarazione dei redditi, si rilascia falsa testimonianza in tribunale. È il male dominante la menzogna fino alla calunnia.”.

17/04/21

Finalmente un passo avanti

Finalmente è arrivata anche in Italia la possibilità di fare testamento in favore degli animali.
Vi lascio qui il link della LAV per informarvi meglio, ma ci sono anche tante altre associazioni animaliste che se ne occupano.
Cosa ne penso?

Che sia un enorme passo avanti per la nostra società.
Una società composta da “uomini” che purtroppo si divertono a rovinare l’ambiente, a compiere inaudite violenze contro gli animali e la natura, ma composta anche da persone che si adoperano per aiutare il pianeta e tutte le creature viventi.

Il Mahatma Gandhi diceva che il grado di civiltà di un paese si evince da come esso tratta gli animali e io ci credo ciecamente.
Gli animali, infatti, non sono in niente e per niente creature inferiori a noi.
Hanno come noi un cuore, un’anima, sanno pensare e comunicare, provano dei sentimenti. Soprattutto hanno un cuore.
Gli animali amano in modo disinteressato, sono pronti a sacrificare la propria vita per salvare un altro animale o il loro padrone.

L’essere umano non lo è.
Ci sono persone malvagie, violente, ipocrite, odiose, false e viscide pronte a spandere il male per il mondo, a ferire il prossimo solo per puro divertimento.
E non occorre andare molto lontano o pensare a nomi eclatanti: queste persone orribili sono attorno a noi, sono più vicine di quanto pensiamo.

L'animale non fa del male.
Quello che fa un animale è riempirci la vita di gioia, insegnarci a essere migliori, ad amare senza frontiere.
Perché allora non possiamo pensare a loro anche in punto di morte?

Forse, direte voi, perché un animale non sa cosa farsene dei soldi.
Un animale forse no, un’associazione che li aiuta però sì.
E piuttosto che dare i miei soldi a qualche spregevole essere umano che non merita nemmeno un po’ del mio rispetto, figuriamoci il mio denaro.



26/09/20

L'importanza della solitudine

Buongiorno a tutti, finalmente siamo in pieno autunno!
Prima di parlare della solitudine, l'argomento di questo post, voglio invitarvi a leggere la recensione del libro Le voci delle donne, che ho scritto insieme a Ofelia De Ville, fatta da Mary e Vale del blog La valigia di carta.

E ora discutiamo un po'.
C’era una volta la solitudine, poi sono arrivati internet e i social media che hanno esasperato il concetto aristotelico secondo cui l’uomo è un animale sociale intrappolando per persone in rapporti che durano forzatamente ventiquattrore su ventiquattro, sette giorni su sette.
Se non sono i social, c’è la televisione, il telefono, il sito, il blog, gli amici su whatsapp, le chat...
Insomma, che ci piaccia o no fuori ma soprattutto dentro le mura di casa siamo bombardati da continui contatti.
Sembra che se non si forma un gruppo, una massa o peggio ancora un branco, si diventi in automatico persone anomale.

E la solitudine, dov’è andata a finire?
Dov’è quel magico spazio della mente e della fisicità in cui siamo finalmente soli, distaccati da tutto ciò che ci circonda, dove non dobbiamo rendere conto di niente a nessuno e fare ciò che più ci aggrada, che ci fa stare bene?
Dov’è quello spazio necessario per la creazione di un’opera, per il concepimento di un pensiero o semplicemente per una piccola coccola da dedicare a se stessi?

Personalmente io amo molto la solitudine, un po’ perché è sempre stata la mia dimensione naturale e soprattutto perché in essa riesco a lavorare, ad avere le mie idee migliori.
Non mi spaventa lo stare sola, il distaccarmi dalle altre persone, ritagliarmi un angolo fatto di silenzio e di pensieri propositivi.
Per me la solitudine è vitale, è un filtro necessario attraverso cui osservare l’universo.
È la dimensione in cui mi realizzo meglio.
Eppure so di essere una mosca bianca e quindi mi domando se tutti questi rapporti forzosi e forzati non siano la dimostrazione di quanto la società odierna sia sterile e di come la maggior parte delle persone viva in un’incostante dimensione di immaturità, incapace di bastare.

Essere faccia a faccia col sé significa, per forza di cose, affrontarsi. È il cosiddetto “esame di coscienza”, che non può che giovare. Fare i conti con i propri errori porta a non commetterli in futuro. Paradossalmente, l’isolamento è una cura all’egoismo, che si manifesta nella moltitudine: ostentare per attrarre le altrui attenzioni; schiacciare gli altri per distinguersi, per cercare conferme alla propria autostima.
La solitudine è un bagno di umiltà e permette di formare una coscienza autonoma, che non ha bisogno del prossimo per reggersi. Né di aiutarlo o di essere aiutato, né di umiliarlo o di farsi umiliare da lui.
«La solitudine è la miglior cura per la vanità», affermava Thomas Wolfe, e il silenzio insegna valori trascurati al giorno d’oggi: la discrezione, il contegno, il decoro. Atteggiamenti che la maggioranza continua a stimare, sottovoce, in netta controtendenza con la volgarità chiassosa che contraddistingue quest’epoca.
La solitudine feconda permette di focalizzare gli sforzi su un obiettivo preciso. Chi ambisce a qualcosa di grande lo sa: è un percorso che s’intraprende da soli.
Anzi, gli altri fungono da pause, ostacoli allo scopo che ci si è prefissati. Che sia studio, lavoro o arte, si può contare solo su se stessi, sul sudore che si versa indipendentemente dal prossimo.
La solitudine è la dimensione del sognatore.
«La grandezza è solitaria. Si direbbe anzi che la solitudine è condizione della grandezza. Tutte le intelligenze superiori, tutte le nature superiori sono isolate, l’aquila vive sola, il leone solo», notava Iginio Ugo Tarchetti.
Similitudine, questa, espressa anche dal coevo Arthur Schopenhauer, filosofo solitario per definizione.

I wandered lonely as a cloud
that floats on high o'er vales and hills,
when all at once I saw a crowd,
a host, of golden daffodils;
beside the lake, beneath the trees,
fluttering and dancing in the breeze.
Continuous as the stars that shine
And twinkle on the milky way,
They stretched in never-ending line
Along the margin of a bay:
Ten thousand saw I at a glance,
Tossing their heads in sprightly dance.
The waves beside them danced; but they
Out-did the sparkling waves in glee:
A poet could not but be gay,
In such a jocund company.
I gazed - and gazed - but little thought
What wealth the show to me had brought:
For oft, when on my couch I lie
In vacant or in pensive mood,
They flash upon that inward eye
Which is the bliss of solitude;
And then my heart with pleasure fills,
And dances with the daffodils.
(The daffodils - William Wordsworth)


30/05/20

Ogni cosa a suo tempo

Oscar Wilde diceva che il piacere dell’attesa è essa stessa piacere e personalmente condivido appieno questa sua affermazione.
Viviamo, purtroppo per noi, nella società occidentale che è frenetica per definizione.

Si consuma tutto troppo in fretta, le esperienze si bruciano, tutto è effimero e superfluo e alla fine molte persone si ritrovano a trent’anni con la vita ormai giunta alla fine perché hanno sperimentato tutto lo sperimentabile.
Hanno corso quando ancora non era tempo di correre, hanno fatto sesso ma non sanno ancora cosa significa fare l’amore, hanno viaggiato seguendo vie sbagliate.
E adesso la loro insofferenza per tutto quello che ormai hanno bruciato si trasforma in apatia oppure in pericolosa invidia verso coloro che invece vivono le proprie vite in modo diverso, senza lasciarsi pervadere dalla frenesia e aspettando il momento giusto per muovere i passi giusti.

Oggi voglio condividere con voi questo pensiero del Dalai Lama, che trovo molto attuale:
“Ascolto, pensiero e meditazione sono necessari nello stesso momento. Quando inizi la pratica, non ti devi aspettare troppo.
Dal momento che viviamo nell’epoca dei computer dell’automazione, potresti essere indotto a credere che lo sviluppo interiore sia anch’esso qualcosa di automatico per cui schiacci un bottone e tutto cambia.
Non è così: lo sviluppo interiore non è facilmente raggiungibile e richiederà molto tempo.”


06/03/19

Arrivano i Mostrimbi!

Ormai siamo invasi, è la fine.
I Mostrimbi sono dappertutto e per noi adulti non ci sarà più niente da fare.
Cosa sono i Mostrimbi?
I bambini mostri, la piaga della nostra epoca insieme ai Rincoscenti (non è un errore grammaticale, Rincoscenti sta per rinco******ti adolescenti o quelli che ormai prossimi agli anta o negli anta si comportano come ragazzini).

I Mostrimbi sono quelli che a otto anni se ne vanno a trasmissioni come Masterchef Junior e cucinano meglio di uno chef pluristellato, quelli che ai talent show cantano come Pavarotti, quelli che sono già attori e fenomeni televisivi, quelli che a tre anni sanno tutto di social media e a dieci postano già le loro foto, quelli che a dodici fanno sesso meglio e più di un trentenne.

Quelli che, poveri loro, non hanno capito un bel niente di cosa sia l’infanzia e se la perdono tutta per trasformarsi, dopo la fase dei Rincoscenti, in adulti falliti e frustrati.
E non parlo di bambini con problemi familiari, ospedalizzati o abusati, ma di bambini normalissimi con tutte le carte in regola per essere bambini felici.
Ormai è così, i bambini non sono più bambini per tutta una serie di motivi elencabili all’infinito: genitori incapaci di fare i genitori, una società che va troppo di corsa e pensa solo alle apparenze, troppi stimoli...
Di qualsiasi cosa si tratti, è un fenomeno davvero brutto.

Caricature degli adulti, a volte, per il modo di parlare e di atteggiarsi. Investiti di responsabilità, bombardati da stimoli di ogni tipo, spinti a imparare a leggere e contare prima della scuola, diventare i più bravi della classe, essere autosufficienti, equilibrati e produttivi. Ad andare lontano, viaggiare, dormire, mangiare da soli, tutto in tenera età. 
Ad essere vispi e anche “furbetti”. Sempre più collegati ad un tablet e sempre meno alle persone vicine e alla loro realtà di bambino. Cresciuti su schermi di ogni tipo, preoccupati per questioni da adulto nevrotico come quelle di essere magro, bello, vestito alla moda. 
Esposti ad immagini, film e programmi inadatti alla loro età. Pressati ad eccellere, riuscire, stare al passo, diventare velocemente grande, prematuro e competitivo. Uno stress che può creare blocchi, difficoltà, ansie per la paura di non saper sostenere le richieste degli adulti.
Anche sensi di inadeguatezza, in alcuni casi, pensando di non meritare le attenzioni e il tempo dei genitori, impegnati fuori casa. Di rifiuto vero e proprio, talvolta.
Se ci pensiamo bene, un'infanzia negata, adulterata, contraffatta nei suoi aspetti più autentici, stressante e pure pericolosa per alcuni aspetti, da piccoli e da grandi. 

Le statistiche sui disagi dell'infanzia, in effetti, anche se non possono considerarsi specchio diretto di quest’unico aspetto, fanno riflettere. 
Aumento dei problemi di ansia, panico nei bambini già piccolissimi; problemi di apprendimento ma anche depressione, disturbi alimentari, obesità in età sempre più giovani; aumento di suicidio tra gli adolescenti e di consumo di psicofarmaci per sedare e rendere più docili e passivi bambini di pochi anni.

Che dire, abbiamo la meglio futura gioventù!

28/01/19

La società sguaiata

Sguaiato:
1-Che è privo di finezza, di decoro, di educazione: una ragazza sguaiata
2-Volgare, smodato: modi, discorsi sguaiati; risa sguaiate
(Dizionario di lingua italiana)

La società è sempre stata un po’ sguaiata, volgarotta (non nel senso di popolare ma nel senso di rozza e maleducata) e sgraziata.
Da quando l’uomo ha imparato a trasformare le sillabe in parole di senso compiuto il turpiloquio, la bestemmia e sua sorella la calunnia hanno iniziato a serpeggiare ovunque.

Se si dovesse dire quale caratteristica negativa spicca maggiormente nella società attuale, probabilmente dovremmo dare ragione a Johann Huizinga e dichiarare che il maggior vizio del mondo moderno è, dopo tutto, la volgarità.
La volgarità riassume e compendia tutte le altre caratteristiche negative: la superficialità, l’egoismo, il narcisismo patologico, l’arrivismo cialtrone, l’utilitarismo cinico, la brutalità e la mancanza di compassione.
La volgarità non è solo un fatto estetico, o anti-estetico: come avevano visto anche John Ruskin e William Morris, essa è anche il segno di un orientamento morale, una vera e propria malattia dell’anima, sia nel singolo individuo che nella società tutta.
La volgarità è anche forma, ma non solo forma: quando un importante uomo politico fa il segno del dito medio alzato durante un pubblico comizio, non è “solo” volgare; quando un critico d’arte inveisce con parole offensive contro l’interlocutore in un salotto televisivo, non è “soltanto” volgare; quando una attricetta da quattro soldi si dimena, piange, urla, insinua e sparla dei suoi compagni in un “reality”, non è “soltanto” volgare: tutti costoro, oltre che volgari, sono anche profondamente, intollerabilmente immorali.
(da un articolo del giornalista Francesco Lamendola, Arianna editrice)

La volgarità, questo crescendo odierno di atteggiamenti sempre più sbagliati, questi orrendi orpelli che dovrebbero far sembrare le persone “più toste”, “più cool”, sono frutto di cosa?
Semplice, di una società che si è evoluta sull’idea che un individuo possa essere felice raggiungendo nell’immediato  il massimo del proprio benessere, a dispetto degli altri e anche contro gli altri: senza una coscienza cui rendere conto, senza una norma universale da rispettare e senza un’istanza superiore (religiosa, politica o filosofica che sia) alla quale riconoscersi sottoposti.

Chi oggi vive ancora secondo una propria bussola interiore, chi fa ancora suoi concetti come rispetto, impegno, educazione, pazienza, semplicità, discrezione viene definito “freddo” o addirittura “superbo”.
Volete sapere la mia opinione?
Meglio essere tacciati di algidità e superbia piuttosto che riempire il proprio quotidiano (reale o virtuale) di bassezze morali, insulti, violenze e volgarità.